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Angelo Oliviero Olivetti
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Abstract

Tra i maggiori esponenti del sindacalismo rivoluzionario, fu poi uno tra i più importanti teorici del sindacalismo fascista e del corporativismo.
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Content:
Vita
Content:
Dal sindacalismo rivoluzionario al sindacalismo nazionale
Content:Nacque nel 1874 a Ravenna, in una famiglia della medio-alta borghesia ebreo dai forti sentimenti patriottici, da Emilio e Amalia Padovani; il padre era un volontario di guerra e poi Ufficiale (forze armate) pluridecorato, che aveva partecipato alle ultime vicende del Risorgimento, mentre la madre era la figlia del banchiere Angelo PadovaniFrancesco Perfetti, Introduzione, in Angelo Oliviero Olivetti, Dal sindacalismo rivoluzionario al corporativismo, Bonacci, Roma 1984, p. 11..Fu tra i fondatori del Partito Socialista Italiano nel 1892 mentre ancora frequentava l'Università di Bologna dove studiava giurisprudenza, laureandosi nel 1893 con una tesi sul colonato roma antica, la quale fu poi premiata al concorso "Vittorio Emanuele" nel 1896., tanto da meritare la pubblicazioneAngelo Oliviero Olivetti, Per la interpretazione economica della storia: alcune note sull'assegnazione coloniaria nel diritto e nella vita romana, Treves, Bologna 1898..Condannato più volte dai tribunali italiani per attività sovversiva, si rifugiò a Lugano (in Svizzera) nel 1898 dove, nel 1906, cominciò le pubblicazioni di un quindicinale politico-culturale di orientamento sindacalismo rivoluzionario, «Pagine Libere», a cui collaborarono anche i sindacalisti Paolo Orano, Arturo Labriola, Alceste De Ambris e il socialista Benito Mussolini, dall'Olivetti conosciuto durante l'esilio svizzero, dal momento che il futuro capo del fascismo frequentava la sua abitazione luganese, divenuta punto di ritrovo per intellettuali quali — tra gli altri — lo stesso De Ambris, Massimo Rocca, Giulio Barni e Angelica Balabanov.. La rivista olivettiana rappresenta, assieme al «Divenire sociale» di Enrico Leone, la più importante rivista del sindacalismo rivoluzionario italianoVedi W. Gianinazzi, Pagine libere et Il Divenire sociale, «Cahiers Georges Sorel», 5, 1987.]. In particolare, la parte letteraria era curata dal Canton Ticino Francesco Chiesa (scrittore) che ottenne collaborazioni di giovani letterati, fra cui diversi crepuscolarismo. Olivetti collaborò altresì al settimanale milanese di Arturo Labriola «Avanguardia socialista» e firmò nel 1907 il manifesto del sindacalismo rivoluzionario in cui si accusava il riformismo della CGL, tacciata di essere uno strumento passivo del Partito Socialista Italiano.Nella sua rivista si impegnò nella revisionismo del marxismo (in particolare riguardo alle sue pretese Socialismo scientifico), istanza comune ai sindacalisti rivoluzionari, e nell'elaborazione di un sindacalismo antistatalistico, manifestando perciò posizioni antielettoralistiche e sovversive, e aderendo alle tesi Georges Sorel favorevoli alla violenza rivoluzionaria in quanto «ogni dottrina politica che tende all'avvenire è dottrina di forza, e la violenza è forza», e riprendendo inoltre il vitalismo e il volontarismo della filosofia bergsoniana per affermare un «socialismo divenuto spontaneità di movimento e di lotta, fatto fisiologico, organico»Olivetti, Problemi del socialismo contemporaneo, Società editrice Avanguardia, Lugano 1906, pp. 219 e 269.. Caratteri precipui della sua concezione sindacalista sono inoltre uno spicatto aristocraticismo ed elitismo, conforme alle tesi di Gaetano Mosca, Robert Michels e Vilfredo Pareto, oltreché — probabilmente per l'influsso familiare — un patriottismo che avrà conseguenze notevoli nel futuro sviluppo della sua riflessione teorica. Sin dall'articolo di presentazione della rivista, infatti, affermò:Il pensiero olivettiano ebbe inoltre un importante influsso sulle idee del giovane Mussolini: «Durante la sua esperienza svizzera, Mussolini (...) fu, in particolare, molto legato ad Angelo Oliviero Olivetti di cui frequentava abitualmente la casa e con il quale aveva un continuo scambio di idee. La curiosità intellettuale di Olivetti, la ricca cultura di questi (...) contribuirono a far sorgere, sviluppare e consolidarsi, tra l'Olivetti appunto e Mussolini, un rapporto di stima e di amicizia, che non verrà mai meno».Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario (1883-1920), Einaudi, Torino 1965, pp. 41-42., tanto che lo stesso Duce nel 1932, vergando La Dottrina del Fascismo per lEnciclopedia Treccani, scrisse:In seguito all'espulsione dei sindacalisti rivoluzionari dal Partito Socialista, l'Olivetti fu favorevole all'Guerra italo-turca, dando man forte dalle colonne della sua rivista all'avvicinamento — allora in corso — tra sindacalisti rivoluzionari e Associazione Nazionalista Italiana:Sulla questione tripolina, tuttavia, i sindacalisti rivoluzionari non fecero fronte comune: se ad esempio Olivetti e Labriola erano favorevoli all'impresa bellica, infatti, De Ambris e Filippo Corridoni risultarono contrari. Per queste frizioni politiche «Pagine Libere», la cui redazione era stata ristrutturata e in cui importanti ruoli erano rivestiti dallo stesso De Ambris e Paolo Mantica, all'inizio del 1912 si trovò costretta a sospendere le proprie pubblicazioni.. Nello stesso periodo, inoltre, per alcuni articoli giudicati lesivi degli interessi svizzeri, Olivetti fu espulso dalla Svizzera.Il corso della rivista olivettiana, comunque, riprese nel 1914, allorché il direttore appoggiò fervidamente l'interventismo dell'Italia nella Grande Guerra (stavolta seguìto da tutto il movimento sindacalista rivoluzionario). Olivetti, inoltre, fu uno dei fondatori del Fascio rivoluzionario dazione interventista che diffuse un manifesto rivolto ai lavoratori italiani in favore dell'entrata in guerra della nazioneIl testo del manifesto è riportato in .. Nei suoi articoli, in particolare, si scagliava contro i socialisti, che negavano «la persistenza dei motivi di nazionalità», arroccati in un pacifismo astratto, complici della «bancarotta fraudolenta del vecchio internazionalismo», e perciò definiti «reazionari», laddove «il più grave problema per i veri e sinceri rivoluzionari» risiedeva ora nel «coordinare la rivoluzione sociale col fatto nazionale»Olivetti, Ricominciando..., in «Pagine Libere», 10 ottobre 1914.; sicché il socialismo, difensore di uno status quo, non era per Olivetti capace di intendere che le rivendicazioni nazionali erano, in quel preciso momento storico, «la necessaria tappa di passaggio innanzi alle rivendicazioni sociali»Olivetti, Salutatemi i pacifisti, in «Pagine Libere», 10 ottobre 1914.. Al contrario la guerra, sempre secondo l'intellettuale ravennate, avrebbe contribuito a «compiere i fati della nazione» e a completare definitivamente «l'opera fatale di unificazione della nazione e della stirpe»Olivetti, Risposta all'inchiesta sulla guerra europea, in «Pagine Libere», 30 ottobre 1914.. Più in generale, egli intravedeva nella lotta tra l'Italia e le potenze nemiche la conflagrazione tra «l'internazionalismo bastardo dei tedeschi» e «l'universalismo latino», definendo quest'ultimo un «internazionalismo integrativo, non negativo delle nazionalità»Olivetti, Luce più luce, in «Pagine Libere», 20 marzo 1915..Tra il 1918 e 1922, pertanto, difese le teorie del sindacalismo nazionale, collaborando altresì al settimanale di Edmondo Rossoni «LItalia nostra», in cui sosteneva l'importanza fondamentale della fusione del concetto di nazione con quello di proletariato e di rivoluzione sociale:Nel 1921, al congresso nazionale dell'U.I.L. (che al tempo aveva già rotto con Rossoni e i sindacalismo fascista), presentò poi il suo Manifesto dei sindacalisti, che riassumeva le tesi del sindacalismo nazionale:Con l'epilogo dell'impresa fiumana, inoltre, si attuò una convergenza tra il sindacalismo nazionale olivettiano e il movimento Gabriele DAnnunzio, tanto che era in preparazione un quotidiano nazionale ispirato alla figura carismatica e rivoluzionaria del «Comandante» (con quest'ultimo presidente onorario e Olivetti direttore), punto d'incontro tra le teorie del Manifesto dei sindacalisti e la bozza costituzionale deambrisiana della Carta del Carnaro.. Nonostante l'operazione fosse poi sfumata per un ripensamento del «Vate», Olivetti riuscì nondimeno a fondare il settimanale «La Patria del popolo», che aveva come significativo sottotitolo «settimanale sindacalista-dannunziano».Infine, se in un primo momento si era dimostrato diffidente (e talvolta esplicitamente ostile) nei confronti del fascismo in generale e della rossoniana Confederazione nazionale delle Corporazioni sindacali in particolare, a seguito della «Marcia su Roma» Olivetti si avvicinò sempre più al partito nazionale fascista del suo vecchio amico Mussolini.
Dal sindacalismo nazionale al fascismo e al corporativismo
Content:Olivetti si mostrò possibilista nei confronti del fascismo all'inizio del 1924, per poi avvicinarsi sensibilmente al movimento mussoliniano a seguito del delitto Matteotti, cominciando a collaborare a «Il Popolo dItalia», inizialmente sotto lo pseudonimo di Lo spettatore. L'adesione al fascismo fu dettata sostanzialmente da due ordini di ragioni:Già prima dell'adesione al fascismo, comunque, partecipò al dibattito sorto negli anni 1923-1924 sul sindacalismo, nel periodo cioè in cui, con il cosiddetto «Patto di Palazzo Chigi» (19 dicembre 1923), era praticamente tramontato il progetto rossoniano del «sindacalismo integrale», ossia l'accorpamento dei sindacati dei Lavoratore subordinato e dei datori di lavoro in un unico ente corporativo (guidato ovviamente da Rossoni, soprannominato per il suo enorme potere il «papa rosso»). Olivetti infatti, intervenendo già in aprile sulla rossoniana «La Stirpe», oltre a stroncare il sindacalismo di matrice socialista, affermò esplicitamente di intravedere nel fascismo un «sindacalismo nazionale che si deve attuare giorno per giorno per la ricostruzione tecnica della nazione», definendo altresì questo sindacalismo integrale comeL'articolo, infine, si concludeva con un significativo appello a sostituire il termine "sindacato" («che ha solo il carattere di resistenza e lotta») con quello di "corporazione" («che implica un carattere costruttivo e formativo»)Olivetti, Sindacalismo integrale, in «La Stirpe», aprile 1924..Ma Olivetti si distinse soprattutto sulle colonne de «Il Popolo dItalia», di cui «divenne presto una delle penne di punta», tanto da essere molto apprezzato e seguìto da Mussolini stesso.. Particolarmente accesa e aspra fu, poi, la polemica scoppiata tra lui — impegnato a difendere il fascismo dagli attacchi esterni — e Luigi Albertini, il direttore del «Corriere della Sera»La diatriba, molto lunga e su diversi temi, durò dall'agosto del 1924 all'inizio dell'anno successivo.. Alle critiche del quotidiano milanese e al suo tradizionale liberalismo moderato, nonché legalità e statuto albertino, Olivetti contrappose il sindacalismo fascista in quanto «liberalismo dinamico», di contro a quello «statico» che il «Corriere» — a detta del giornalista ravennate — intendeva preservare dagli intenti rivoluzionari del fascismo:Nello stesso periodo, sempre sul giornale mussoliniano, tracciò le linee teoriche dello «Stato nuovo» fascista, contrapposto a quello liberale e al contempo a quello socialista, e che doveva configurarsi come uno "Stato sindacale", da raggiungersi grazie all'azione antistastalistica del sindacalismo, la quale aveva il compito di demolire la vecchia architettura statuale al fine di permettere l'edificazione della nuova:L'Olivetti plaudì inoltre alla svolta autoritaria del 3 gennaio 1925, precisando in particolare quella che per lui era la differenza che intercorreva tra una «libertà nominale, ovverosia democratica» e una «libertà integrale e sostanziale», la quale poteva realizzarsi anche grazie a un «governo assoluto», qualora questo avesse dato al lavoratoreIn ambito più strettamente politico, dal settembre del 1924 al giugno 1925, fece parte della cosiddetta «commissione dei quindici» (poi «dei diciotto»), nominata dal Partito Nazionale Fascista, incaricata di discutere e preparare una vasta riforma degli ordinamenti politici e sociali, della quale era presidente Giovanni Gentile e che era composta — tra gli altri — da Enrico Corradini, Agostino Lanzillo, Edmondo Rossoni, Francesco Ercole, Santi Romano e Gioacchino Volpe. Nelle divergenze di idee tra alcuni dei membri (che avranno strascichi anche dopo la fine dei lavori), l'Olivetti si schierò nell'ala di maggioranza, che perorava una ristrutturazione statuale su base corporativa, e che per l'intellettuale ravennate, in particolare, «doveva segnare il colpo d'arresto della politica elettorale, temperare se non sopprimere il suffragio elettorale politico, e sostituirlo con quello corporativo, creare lo Stato organico in luogo di quello liberale»Lettera di Olivetti a Carlo Costamagna, 24 settembre 1925..Avversò inoltre lo strapotere della Confederazione rossoniana, esercitando un notevole influsso sulle decisioni di Mussolini che portarono allo «sbloccamanto» dei sindacati, ossia lo smembramento della Confederazione stessa in altre sei.. Diede altresì un contributo indiretto, seppur importante, alla stesura della Carta del Lavoro (1927): fu lui l'ispiratore infatti della concezione, recepita dalla Carta, del lavoro in quanto «funzione economica e sociale» e in quanto «fatto nazionale».. Una volta proclamata, Olivetti ne fu entusiasta, lodandola come superamento del liberalismo e del comunismo in Politica economica fascista, e mostrando quelli che per lui erano i suoi punti di maggior importanza, soprattutto in quanto apportatori di benefici ai lavoratori: il carattere giuridico e obbligatorio del contratto collettivo di lavoro, l'indennità di licenziamento, e il principio del corporativismo.Nel 1929 invece, in occasione del primo plebiscito (24 marzo), ravvide in quest'ultimo una riforma elettorale adeguata al nuovo Stato corporativo in cui, al mandato politico («una delegazione di potere»), subentrasse il mandato corporativo, ossia un «affidamento di funzione» in grado di rispondere agli interessi organici delle categorie produttive e, soprattutto, al supremo interesse della nazioneOlivetti, Mandato politico e mandato corporativo, in «Il Popolo d'Italia», 31 febbraio 1929..L'anno successivo, nel suo Lineamenti del nuovo Stato italiano, riassunse e compendiò tutta la sua elaborazione teorica sullo Stato corporativo, in cui ribadiva l'importanza delle élite politiche dinamiche e volitive, il concetto di «aristocrazia dei produttori» (cioè la nuova classe dirigente che il fascismo stava creando) e il controllo della produzione nazionale da parte dello Stato.Nel 1931 fu infine nominato da Sergio Panunzio professore ordinario presso la neonata Facoltà Fascista di Scienze Politiche dell'Università di Perugia, ove insegnò storia delle dottrine politiche.Morì a Spoleto, nello stesso anno, a causa di un infarto.
Opere
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Note
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Bibliografia
Content:@an0:De Felice, 1965@an1:Renzo De Felice, ''Mussolini il rivoluzionario (1883-1920)'', Einaudi, Torino 1965.@an0:Perfetti, 1984@an1:Angelo Oliviero Olivetti, ''Dal sindacalismo rivoluzionario al corporativismo'', a cura e con saggio introduttivo diFrancesco Perfetti, Bonacci, Roma 1984.
Voci correlate
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Collegamenti esterni
Content:@an0:I27904@an1:Angelo Oliviero Olivetti Categoria:Sindacalismo fascista

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